Stamattina, alla convention di Dada, sullo sfondo delle chart sui risultati del gruppo si è parlato, tra le altre cose, di Web 2.0, di vecchi e nuovi media, delle prospettive business dell’online. Dopo una prima parte più istituzionale, sono saliti sul palco un po’ di personaggi a vario titolo interessanti, dallo stesso Barberis – il fondatore – al creatore di Splinder Marco Palombi, fino a Elio e il suo manager, il tutto ben coordinato da Franco Carlini.

Si è parlato molto di user generated contents, di categorie tradizionali – quella del giornalista soprattutto – che si rimescolano, della necessità di individuare nuovi modelli e nuovi format specifici per i media digitali della nuova generazione. Nulla di non già sentito, sia chiaro, ma nel complesso qualche spunto interessante c’è stato.

Mentre ascoltavo le riflessioni sulla necessità di ascoltare e di coinvolgere sempre di più gli utenti-produttori di questi contenuti che popolano e popoleranno in quantità il Web mi è venuto in mente che tutto ciò può essere facilmente ricondotto a un vero e proprio ecosistema in cui gli utenti producono, i produttori gliene sono assai grati con buona pace dei primi che si ritrovano, per così dire con un po’ di enfasi, alienati dei frutti della loro creatività ricevendo in campo qualche briciola di effimera gloria e, ben che vada, qualche spicciolo dall’AdSense di Google. Almeno in Italia, e tralasciando le eccezioni, è così che stanno le cose.

A tutto questo ho appiccicato un acronimo (che orgogliosamente credevo di aver partorito e che invece, beata ingenuità, ha già 270 occorrenze su Google) e mi sono fatto passare il microfono, per domandare al panel degli esperti come pensavano di porre rimedio a questa nuova formula di esprorio che definiremmo User-generated revenue, fatturati generati (e non compensati) dagli utenti. Risposta: è una questione da affrontare, sul quando e sul come rimane un mistero.


4 Commenti

Di: raffaele in 23 Novembre 2006

In effetti, il problema che segnali esiste. Magari non esploderà oggi visto che YouTube & C. ancora producono profitti. Ma domani sicuramente emergerà. Fino ad oggi infatti l’equilibrio tra produttori di contenuti e servizi di condivisione si è retto su uno scambio equo: da una parte, gli utenti con la loro voglia di produrre e mettere in mostra il loro ingegno, dall’altra servizi che offrono strumenti di soddisfazione a questi bisogni.

Tutto è filato liscio anche perché, evidentemente, le parti hanno giudicato che ci fosse una reciproca convenienza. Ma cosa succederà quando i soldi cominceranno a scorrere in una sola direzione? Come rivelano il buon senso e anche alcuni alcuni esperimenti (alcuni li segnala a href=”http://chipsandsalsa.wordpress.com/2006/10/12/scheda-il-costo-delle-punizioni” target=”_blank” >Franco Carlini), gli esseri umani mostrano una propensione all’equità e sono inclini a punire, quando ne abbiano l’opportunità, un interlocutore che proponga loro un accordo iniquo.

Insoma, se questi soldi prima o poi cominceranno a fluire sui siti di contenuti generati dagli utenti credo che davvero inizieremo a vederne delle belle.

Raffaele

Di: nicola bruno in 23 Novembre 2006

comunque già esistono alternative più eque del modello “user generated revenue”. ad esempio revver divide 50-50 i ricavi pubblicitari con gli utenti. secondo me è questo il modello verso cui dovrebbero muoversi i servizi UGC. E non solo… la questione tocca direttamente qualsiasi servizio di aggregazione (vedi Google News e gli editori belgi…). prima o poi quindi si arriverà a un generale modello di “shared revenue”.
secondo alcuni blogger americani (http://blog.citytracs.com/2006/09/27/ding-dong-digg-is-deadwhy-users-will-be-paid/) proprio questa sarà una delle caratteristiche distintive del web3.0

Di: biker in 23 Novembre 2006

auspico l’ingresso in scena di terze parti che scommettano seriamente sulla mediazione editore-produttore di contenuto attraverso piattaforme per i micropagamenti

Di: raffaele in 24 Novembre 2006

“Non-commercial community sites such as Wikipedia or librivox will/should succeed even if they never pay anyone a dime because they are owned by the community. Not so with Digg, Netscape, Yahoo, myspace, etc. True communities own themselves and profit themselves.”

mi pare che CityTracs citato da Nicola sia condivisbile. soprattutto quando fa una distizione tra siti non commerciali, dove è la comunità stessa a “possedere” e “gestire” il servizio, e piattaforme come myspace che appartengono a qualcuno che ha l’esplicito obiettivo di realizzare profitti.

mi sembra una distinzione sensata perchè mi pare porti al centro la questione dell’equità: laddove il rapporto dei benefici diventerà troppo assimmetrico saranno gli utenti stessi a chiedere e pretendere una distribuzione più equilibrata, e se non la otterrano se ne andranno da qualcuno che propone un accordo migliore.

mi sembra anche che questa distizione ribadisca come in realtà all’interno del fenomeno del cosiddetto web 2.0 i singoli modelli di gestione siano così diversi che c’è da chiedersi se è sensato (al di là che per ragioni di comodità) tenere insieme realtà così differenti sotto la stessa etichetta. non a caso lessig propone delle precisazioni in merito.

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