Democracy, the free and open source Internet tv platform, della quale ci ha parlato oggi Nicola Bruno può essere veramente una soluzione per usare i video sulla rete in maniera diversa dalla semplice fruizione passiva e imposta da pochi media; insomma per non trasformare Internet in una seconda tv?
Even with WashingtonPost.com, its homepage is predominantly words and pictures. Usually there’s a single video clip (with navigation to other featured videos). It’s the same for NYTimes.com, which devotes a (larger) block of its homepage to video. While that’s a good start, I think newspapers would be wise to offer a better mix of content formats — and cease being so word-dominated.
Is that heresy to a newspaper company that employs a staff of expert writers? Well, it’s going against convention, for sure.
Argomenta il noto columnist Steve Outing (ripreso qui da David Utter di webpronews.com): il mondo dell’editoria tradizionale sbarcato online, anche tra i grandi editori Usa più sensibili alla crossmedialità, disattende le aspettative arrancando nel passaggio dal soprattutto-testo all’anche e soprattutto multimedia, perché è questo che le nuove generazioni cresciute a pane e bit va chiedendo.
Arricchire le home page delle testate online di video, il grande hype del momento, è in testa tra i suggerimenti che Outing inoltra ai responsabili dei media “incriminati”. Certo, continua l’editorialista, sarebbe velleitario aspettarsi che le grandi testate decidano di far alzare i loro reporter dalla sedia e li caccino in giro armati di videocamera, ma è quantomeno auspicabile che venga presa in seria considerazione l’eventualità di far diventare i giornali online appetibili anche all’audience più giovane (e aprire di conseguenza nuovi fronti all’advertising) combinando, ma per davvero, tutti i media oggi disponibili.
Psiphon è una bella soluzione per dare una mano ai cittadini che vivono in paesi dove Internet viene censurata. Come ci spiega il New York Times, Psiphon è un software che viene scaricato da un utente di un paese “libero” dal sito psiphon.civisec.org e il suo computer, attraverso una connessione criptata, si trasforma in un proxy che apre le porte, per chi subisce la censura, verso il resto di Internet. Secondo il Nyt, sui computer dei cittadini che navigano fuorilegge non resterà traccia di questo impiego di computer proxy, una volta cancellata la history dopo ogni uso.
Una bella soluzione per agevolare la libertà di informazione?
Si sta svolgendo in questi giorni a Nairobi (Kenya) l’ottavo meeting dei Paesi che aderiscono alla Convenzione di Basilea. Tema centrale dell’edizione di quest’anno è l’e-waste, ovvero la spazzatura elettronica e il suo impatto devastante nel Terzo Mondo.
Dalle venti alle cinquantamila tonnellate di rottami ogni anno vengono esportati verso i paesi del terzo mondo. E spesso sono le ecomafie a gestire questo traffico, mascherato da noi occidentali come semplice beneficenza.
Secondo uno studio condotto in Nigeria l’anno scorso, nel porto di Lagos ogni mese sbarcano 500 container con oggetti elettronici usati, i tre quarti dei quali sono del tutto inutilizzabili e destinati ad essere bruciati con procedure a dir poco pericolose: i fumi rilasciati sono infatti estremamente tossici, per la presenza di sostanze chimiche come il mercurio, il cadmio e il bario.
Se volete farvi un’idea, guardate questo video su come viene smaltita l’e-waste in India.
“Vogliamo che i paesi in via di sviluppo ricevano oggetti utilizzabili”, ha detto Sachiro Kuwabara Yamamoto, responsabile della Convenzione di Basilea che si occupa dei rifiuti a rischio. “Naturalmente, chi pagherà per questo è una buona domanda”.
A Nairobi si sta spingendo affinchè siano i produttori stessi a doversi occupare dello smaltimento dei loro prodotti. Una misura già prevista da una direttiva della Commissione Europea (qui in pdf), recepita in Italia nel 2005 ma ancora inapplicata.
Ufficialmente è uno strumento per sviluppatori. Nella pratica Google Code Search è anche una preziosa cartina al tornasole di abitudini, costumi e scivoloni di chi opera in e per la Rete.
Qualche settimana fa il motore di ricerca nel codice sorgente è stato usato per svelare informazioni sensibili o riservate come bug, password di blog e cms e anche codice proprietario messo online per sbaglio. Ora è la volta di Eric Case, collaboratore di Blogger per conto di Google, che ha scovato e stilato una lista che espone i commenti inseriti da programmatori e revisori nei vari software in rete. Nel suo elenco ci sono giochi di parole, citazioni battute ma anche parecchi improperi.
A quando una caccia ai commenti degli italiani?
Saremo forse anche nel Web 2.0, ma in alcuni casi la mentalità sembra essere ferma al web 1.0 o a ancora prima.
E’ quanto ha scoperto il sito diggdot.us di cui abbiamo parlato già un anno fa su Mytech. Diggdot.us aggrega in una comoda pagina le segnalazioni più popolari da tre siti: del.icio.us, slashdot e digg. Lo fa gratuitamente, in nome della condivisione, citando le fonti e usando i feed messi a disposizione dagli stessi servizi, che cita con un spiritoso mix nel nome.
Digg però non gradisce l’uso da parte di terzi del proprio nome e come Apple per ‘iPod’ manda lettere a cura dell’ufficio legale in cui intima di non usare il termine. Il risultato è che da qualche settimana diggdot.us si chiama doggdot.us, con tanto di correzione in evidenza nel proprio logo e censura su ogni citazione del termine digg nelle news. Quella di Digg sarà anche una richiesta lecita ma lascia un po’ di amaro in bocca ai fan del Web 2.0 e dell’Internet sociale e dal basso.