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Google Docs: due lingue e due trattamenti?

Avviso di malfunzionamento di Google Docs (per i web browser non supportati).

Eccolo nella versione originale in Inglese (grassetti miei):

If you are working to fix problems with a specific browser and would like to bypass this check, just add &browserok=true to the end of the Google Docs & Spreadsheets url.
Please note that it is a violation of intergalactic law to use this parameter under false pretenses, so don’t let us catch you at it.
And, it won’t work very well — really.

(Link alla schermata su Zooomr)

Ecco lo stesso avviso nella versione “tradotta” in Italiano (grassetti miei):

Se stai lavorando per risolvere problemi con un browser specifico e dsideri ignorare questa verifica, è sufficiente aggiungere &browserok=true alla fine dell’Google Documenti e Fogli di Lavorourl.
Tieni presente che utilizzare questo parametro con l’inganno costituisce una violazione della legge; consigliamo pertanto vivamente di non compiere questa operazione.
Inoltre, non funzionerà correttamente.

(Link alla schermata su Zooomr)

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Bel video sulla net-neutrality

Filmato sulla net-neutrality realizzato da SaveTheInternet.com, il movimento che promuove negli Usa la Net Freedom. Da vedere!

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Italia.it, un po’ di chiarezza sui costi

A proposito di Italia.it, Anna Masera ha intervistato Roberto Falavolti amministratore delegato di «Si Innovazione Italia» e finalmente ci viene data qualche informazione aggiuntiva sui costi effettivi del progetto.
I 45 milioni di euro da molti considerati esorbitanti o quanto meno eccessivi rispetto alla qualità del prodotto attualmente online in realtà non sono stati ancora spesi. A quanto dice l’ad di Sviluppo Italia alla Masera:

“Il budget di 45 milioni di euro era stato stanziato nel 2004 dal precedente governo (quando il ministro per l’innovazione era Lucio Stanca, ndr) per un programma di rilancio dell’Italia in termini turistici.
Di questi, 25 milioni per i contenuti (di cui 4 milioni per contenuti nazionali e 21 milioni alle Regioni per i contenuti locali) mentre 20 milioni per lo sviluppo della piattaforma tecnologica, la redazione e la gestione/la traduzione nelle varie lingue e l’aggiornamento”.

Sul fronte dei contenuti a detta di Falavolti i fondi devono ancora essere spesi (ah! ecco perchè il portale ci appare ancora così povero!), ma almeno sul fronte dello sviluppo tecnologico c’è stata una gara europea, vinta da un gruppo di imprese capitanato dalla Ibm, per aggiudicarsi una prima tranche di 7,8 milioni più Iva (quindi 9,6 milioni di euro).
Nove milioni “restano disponibili per ulteriori sviluppi”.
Invece “in questi due anni per la gara, lo studio di fattibilità e il lavoro fatto finora è stato speso circa un milione di euro”.

Tirando le somme, quindi, il sito online adesso è costato 9,6 milioni di euro (per lo sviluppo tecnologico) + 1 milione di euro (per gara, primi contenuti, etc). In totale fa 10,6 milioni di euro.

Restano ancora circa 35 milioni di euro (o perlomeno altri 14, se togliamo i 21 destinati alle Regioni). Speriamo vengano usati al meglio, magari cominciando a correggere i tanti errori che la blogosfera italiana ha minuziosamente messo in risalto in questi giorni…

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Hello, iPhone

L’iPhone non è ancora uscito ma in Rete la frenesia e il chiacchiericcio continuano, complice la prima pubblicità ufficiale. È un collage di brani di film celebri in cui attori altrettanto celebri rispondono (al telefono) in una sequenza di “Hello” (citazione del Macintosh o semplice coincidenza?) ed altri saluti.

Apple ha mostrato la prima volta lo spot dell’iPhone durante la premiazione degli Oscar e poi ha messo online il filmato in vari formati e risoluzioni sul suo sito web.

IncrediblesAttorno al collage sono partite iniziative e giochi (anche a premi) per identificare tutti gli spezzoni e i personaggi.
Uno dei primi contest, segnalato da iPod Journal.it, è italiano, a cura della redazione di ScreenWeek mentre un altro, internazionale, si appoggia a Flickr, grazie ad un utente che ha trasformato in schermata ognuno dei film usati.

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Il Web 2.0 anche offline

In altre parole: i servizi del Web 2.0 anche quando la connessione non c’è.

firefoxlogo.jpgLa versione 3 di Firefox “permetterà di usare i software via web come GMail o Google Docs & Spreadsheets [...] nel proprio browser anche offline”. È quanto si affermava su Read/Write web a cui fanno ora eco i primi passi concreti in avanti con la gestione della posta in Zimbra.

L’arrivo di questa funzionalità in Firefox potrebbe rappresentare la marcia in più che mancava per contrastare seriamente il primato del software classico. Insieme alla minore ricchezza di funzioni, infatti, quella del lavorare offline è sinora stata una delle principali obiezioni all’affermazione delle webapps.

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Perché Jobs non vuole il DRM

Steve Jobs ed Apple si possono permettere di criticare il DRM perché non ne hanno bisogno, a differenza degli avversari.

È il quadro che emerge da varie affermazioni e dati di queste settimane, che confermano una Apple le cui fortune musicali effettivamente non sarebbero basate sull’acquisto da parte degli utenti di tanta (?) musica protetta su iTunes.

jobs pod brix keynote2Se il cosiddetto “lock-in” c’è davvero è più probabile che verta invece sull’iPod e sul mondo di accessori e gadget che vi ruota attorno su cui consumatori (e aziende) hanno investito molto.
Oppure che il “trucco” sia nell’accoppiata con iTunes e come Apple riesca a far funzionare bene e in modo trasparente la gestione PC-player della musica digitale, protezioni incluse. Leander Kahney nella sua rubrica Cult Of Mac sottolinea come nella storia delle protezioni l’uso da parte di Apple di Fairplay sia “notevolmente liberale, facile da usare e affidabile” e gli utenti non abbiano efettivamente protestato più di tanto. Tutto il contrario di quanto accade con il “Plays For Sure” di Microsoft, che l’ha addirittura tenuto fuori dal proprio riproduttore Zune.

Uno scenario ancora più ardito è quello che vede Jobs interessato a far sparire il DRM per mettere i bastoni tra le ruote di Napster ed altri servizi che vertono sull’abbonamento. Almeno inizialmente Apple perderebbe la “fiducia” delle major (ma avrebbe la disponibilità di CDBaby, che già da tempo rifornisce di musica aperta il numero due del mercato, Emusic) ma delegittimando il DRM smonterebbe il business di diversi avversari, che si basa tutto sul pagamento da parte degli “abbonati” di una quota per poter sbloccare l’ascolto della propria libreria musicale.