Dopo tanti mesi di preparazione, per New Assignment è arrivato il tempo di sperimentare sul campo la sua idea di una terza via giornalismo online. Sarebbe a dire creare una piattaforma di informazione open source e pro-am in cui staff editor, freelance, esperti e semplici cittadini collaborano insieme alla redazione di un’inchiesta. In maniera professionale, ma anche diffusa, aperta alle voci di chiunque e ai contributi di qualità.

Ha preso così il via Assignment Zero.
C’è un primo tema da coprire: gli effetti del crowdsourcing e la diffusione di quanto Benkler definisce “commons-based peer production” (si, un tema autoreferenziale).
C’è un desk, con l’indicazione dei principali aspetti del fenomeno da coprire e approfondire.
C’è poi un forum di discussione per confrontarsi con gli altri utenti/giornalisti e uno spazio (The Scoop) in cui l’editor incaricato di seguire l’inchiesta comunica gli stadi di avanzamento, i problemi incontrati.

Non c’è che dire, a una prima occhiata sembra davvero una gran bella piattaforma: agile, aperta alla conversazione, trasparente. Ma per il momento è anche vuota. Non ci resta che aspettare e capire quale sarà la reazione degli utenti.

Spiegando il progetto su Wired, l’ideatore Jay Rosen si pone una domanda fondamentale a proposito della peer collaboration:

C’è anche un piccolo mistero alla sua base: perchè le persone vogliono lavorare gratuitamente?

Ovviamente, è una domanda che riguarda in maniera cruciale anche New Assignment: perchè mai gli utenti dovrebbero spendere il loro tempo e le loro risorse per contribuire gratuitamente a un’inchiesta giornalistica?

La risposta non è per niente scontata. Come anche l’esito di questo primo compito e, più in generale, del giornalismo 2.0


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