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Discorsi che durano nel tempo

Che differenza c’è tra scrivere un libro, un articolo e un post? Lo spiega lo scrittore/giornalista/blogger/compositore inglese Steven Poole in questo bel post, tradotto in italiano da Internazionale.

Sottolineando come (almeno nel suo caso) ci siano differenze di tempo, finalità e rapporto con i lettori. E proprio per questi motivi, nessuno dei tre media potrà/dovrà soppiantare gli altri due.

L’idea che oggi i blog possano accantonare altre forme di scrittura è paragonabile a quella di un autore settecentesco che scriveva solo pamphlet senza pubblicare satire o romanzi. Forse il libro così come lo conosciamo sarà un fenomeno storico effimero, basato su una particolare tecnologia, durato solo mezzo millennio. Se così fosse lo rimpiangeremo. Le conversazioni tra blogger durano ore o giorni, ma le conversazioni tra i libri possono durare secoli.

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Se Sony compra Gracenote…

La Sony americana compra Gracenote: per 260 milioni di dollari, un gigante mangia una società molto più piccola. Succede spesso. Ma che se ne fa la major di tale acquisto?

C’era una volta CDDB.org, un bel progetto open source basato sui dati inseriti da volontari, ossia da utenti – non retribuiti in alcun modo – della Rete, per raccogliere e catalogare le informazioni testuali relative ai cd.
Il miglior database di cd audio online fu inizialmente snobbato da molti, poi utilizzato da tutti, anche da nomi come Microsoft, e “circuito” da molti altri.
Quando si trasformò in Gracenote e di fatto il codice aperto fu chiuso e i dati messi su dalla gente divennero parte di un programma proprietario, furono in molti a indignarsi o quantomeno storcere il naso.

In realtà – come diceva anni fa il suo fondatore in un’intervista a Wired – il vecchio codice era comunque rimasto a disposizione del pubblico e chiunque avrebbe potuto riciclarlo; i prodotti successivi di Gracenote erano sì proprietari, ma anche il vecchio database era rimasto libero (nella forma di freedb.org). Certo, gli aggiornamenti successivi sarebbero rimasti a uso interno di Gracenote; ma restava a disposizione l’altro database pubblico.

Negli anni, questa applicazione che poteva sembrare esotica acquisì sempre più importanza: oggi è un pezzo fondamentale di Apple iTunes ma anche di iPod; tracce di Gracenote si trovano nel vecchio Winamp, in player portatili e in hardware incluso in certi modelli di automobili. Se inserendo un cd nel computer il player ne visualizza la copertina, molto probabilmente state vedendo all’opera pezzi di codice Gracenote.
Tra i grandi utilizzatori del database ci sono Samsung, Philips, MySpace, Yahoo, Panasonic, Bose, Sony Ericsson. Prossimamente, aspettatevi tutto questo applicato anche al settore DVD.

In poche parole, il controllo su uno dei più grandi e importanti database musicali sta cadendo nelle mani di una delle quattro major del disco, che per di più produce anche lettori hardware e software musicale. Sony promette di continuare a far funzionare Gracenote come una sussidiaria indipendente; ma onestamente, l’idea che i dati testuali relativi ai dischi delle concorrenti – anche indipendenti – siano in mano a una major non conforta. Né conforta l’idea che un bel giorno questa manovra possa portare a problemi per chi utilizza uno dei tantissimi apparecchi o software che di Gracenote fanno uso, solo perché magari Sony potrebbe decidere di tagliar fuori un certo rivale dal mercato…

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Twistori

Twistori

Twistori è un bell’esempio delle potenzialità di Twitter (e non solo). Molto curato dal punto di vista grafico, estrae i tweet in base a sei verbi/azioni di uso comune e li aggrega in un flusso dinamico (che vorrebbe essere una sorta di “storia” anarchica ed estemporanea).

Peccato solo che i tweet non sono cliccabili e che non è possibile divertirsi ad incrociare i verbi tra loro. Certo, è solo un esperimento e l’intuizione resta comunque interessante.

Via Infoservi

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Andy Martin e il copyright sulle canzoni

Andy Martin è un musicista indipendente anglo-australiano (ma residente in Germania) con molte frecce al suo arco: per recuperare un suo album del 2005, “Intervals”, si può passare dal solito CD Baby (i suoi lavori sono vicini a quelli di nomi come Richard Marx, Billy Joel, Christopher Cross); c’è l’immancabile MySpace; su YouTube ci sono – legalmente – i suoi videoclip. E oltre a questo apparizioni televisive, concerti dal vivo e via dicendo.
E una collaborazione che ha ricevuto recensioni lusinghiere: una cover elettronica di “Music” – successo di John Miles del 1976 – lunga 7 minuti e formata da 80 tracce diverse, con il francese Jean-Michel Danton a synth e campionatori.
Martin, però, fa parlare di sé per le sue
critiche al mondo degli editori musicali riportate da Mi2N: in particolare, in un recente comunicato stampa, tuona – giustamente – contro coloro che ancora applicano contratti standard vecchi di decenni che prevedono la cessione del copyright agli editori per tutta la sua durata (attualmente, nella maggior parte dei paesi, tutta la vita dell’autore + 70 anni). Martin non vede perché un sistema di licensing, con l’autore e non l’editore al centro della scena, non sia fattibile anche in questo settore: “Se non fosse per autori e compositori, non ci sarebbe nulla da registrare e quindi nessun mercato della musica”.

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iTunes festeggia cinque anni di successi

“Lets go straight to number one”: è la frase -tratta da un brano dei Touch & Go- con cui si concludeva il video promozionale dell’iTunes Music Store nel 2003.
A cinque anni dal lancio del suo negozio di contenuti digitali si può dire che, per la musica, Apple è proprio lì dove voleva, al numero uno.

L’azienda in aprile ha annunciato di essere il primo rivenditore musicale statunitense, con cinquanta milioni di acquirenti a cui ha venduto più di quattro miliardi di brani tant’è che Wired ipotizza che nel giro di quattro anni un quarto di tutta la musica mondiale sarà distribuita da Apple.

iTunes

La scalata al successo è stata festeggiata direttamente sullo Store con una carrellata di besteller e selezioni dal 2003 al 2007, tutti ovviamente acquistabili, ed ha inoltre aggiornato i dati sul catalogo che, partito a quota 200’000 conta ora 10 milioni di brani.

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Peer to Patent

Peer to PatentNon solo condivisione (più o meno legale) di file tra utenti. Il paradigma del trova sempre nuovi campi di applicazione.

Via SmartMob ho scoperto Peer to Patent, nuovo servizio che, sembrerà paradossale (ma non lo è), permette di condividere informazioni e risorse sui brevetti dei software. A promuoverlo è l’United States Patent and Trademark Office (USPTO) insieme a New York Law School’s Institute for Information Law.

When evaluating a patent application, users can submit prior art, annotate the prior art submitted by others, vote on the relevance of public submissions, and suggest fruitful research avenues to the USPTO.

Qui un video-tutorial.

Una risposta intelligente ed efficace a un problema complesso: capire quali software sono già di pubblico dominio e non possono quindi essere brevettati.

Come scrive SmartMob, il progetto è interessante non solo perché prova ad includere gli utenti in decisioni che ricadono su tutta la collettività, ma anche perché si tratta di uno dei primi esempi di utilizzo governativo e istituzionale di una tecnologia spesso additata come il principale nemico dell’industria culturale e della legalità.