Ci risiamo. Ogni tot di mesi fa capolino la visione di Tim Berners Lee secondo la quale il web in futuro sarà ricchissimo di documenti strutturati secondo particolari grammatiche, e il computer sarà in grado, analizzandole, di dare risposte precise alle nostre domande. Come ricordava Nicola Bruno, adesso è il momento semantico del New York Times (anche se non è facile capire di cosa parli quell’articolo, perché mischia diversi concetti e visioni).
Di web semantico ne ho scritto quasi quattro anni fa su Mytech, analizzandone i diversi aspetti. Il pezzo contiene un dettaglio da non trascurare:
È possibile ottenere questo risultato perchè preventivamente, all’atto della creazione del contenuto, queste informazioni sono state definite e inserite secondo specifiche regole semantiche (dalle quali nasce il termine Web semantico).
Detto in altri termini, non è che “magicamente” tutto il contenuto del web odierno diventerà semantico, ma questo va, nella maggior parte dei casi, riscritto, ripensato. E secondo voi, visti i miliardi di pagine attualmente presenti, quanto semplice sarà questa operazione, applicata anche solo allo 0,01% dei documenti?
E’ per questo che una delle *ottime* idee dei prodotti “web 2.0″ è quella di lasciare la libertà all’utente di “taggare” i contenuti non secondo regole rigide stabilite a priori (tassonomia), ma con un certo grado di libertà (folksonomy). Perché produrre contenuto costa tempo e denaro, fattori che le grandi aziende possono anche prendere in considerazione, ma non il weblogger a casa. E, come sappiamo, molte volte è proprio nel weblog che sta l’informazione più preziosa e interessante.
Un approfondimento un po’ più tecnico (ma neppure tanto), si trova su Fucinaweb.