Un tempo andava di moda pensare che qualsiasi evento, dalla prossima rivoluzione fino al prossimo disastro ambientale, sarebbe stato “televised” – messo in onda sul piccolo schermo. Ora invece i disastri vengono raccontati e messi a nudo tramite Internet. In California, terra di chic geek e dell’Internet ubiqua senza fili, gli utenti raccontano gli incendi che stanno devastando case e natura grazie a Twitter.
Lo si legge nel blog di CNET, che titola un post “Twittering while California burns“: utenti comuni (come un tale Nate Ritter) e organi d’informazione (tra i quali LA Times e KPBS) hanno aperto un servizio d’informazione rapida su Twitter. Su questi microblog vengono pubblicati sia gli annunci della protezione civile, sia le notizie correlate allo sviluppo dell’emergenza incendi.
La morsa della riforma della legge sull’editoria voluta dal governo Prodi sta per attanagliare la Rete italiana. Ecco cosa potrà accadere:
- Registrazione obbligatoria dei “prodotti editoriali” online
- Istituzione di un “bollino” da apporre in calce ai siti Web “non fuorilegge”
- Giri di vite e agenzie speciali contro la temutissima “diffamazione a mezzo Internet” e contro il “Web fuorilegge”
Adesso… Rilassatevi. E guardate con attenzione questi siti cinesi:
- Sohu – uno dei portali Web più importanti del Regno di Mezzo (notare l’informativa e il numero identificativo in calce)
- Unità Speciale del Ministro dell’Informazione – l’organo del Partito Comunista Cinese che controlla le registrazioni e la regolarità dei siti Web
- Polizia Telematica di Pechino – uno dei tanti dipartimenti pubblici costituiti da cacciatori di “prodotti editoriali” illegali, con l’obbligo di pattugliare la Rete a caccia di contenuti considerati irregolari
In Cina non si può avere una presenza su Internet senza registrarsi presso il Ministro dell’Informazione. E’ illegale poiché Pechino vuole evitare che la Rete diventi un pozzo di “contenuti possibilmente lesivi nei confronti del Partito Comunista” o “contrari alla cultura cinese” o “contrari agli interessi nazionali cinesi” (queste cose che scrivo sono confermate e verificabili da una qualsiasi ricerca d’archivio su Xinhua, la voce del ufficiale del PCC).
Ecco i motivi di questo tipo di censura, in ordine: preservare la casta di dittatori al potere, preservare la cultura e la Weltaunshaung dominante imposta a colpi di politica ed evitare l’inneggiamento all’indipendenza di Taiwan, Tibet e Xinjian.
In Cina è attivo un “net crawler” (pa chong in mandarino) che identifica tutti i siti che non pubblicano un numero identificativo in calce, fornito direttamente dallo stato. Questo crawler aggiunge automaticamente tutti i siti non provvisti di numero a una lista nera di soggetti da controllare. Numeri tipo questo:
ICP: xxxxxxxx
(dove le x sono rimpiazzate dal numero assegnato dallo stato)
Considerato tutto questo… la domanda sorge spontanea:
FINIREMO COME IN CINA?
Dovremo avere un identificativo per ogni singolo sito che noi, utenti Internet, ci accingiamo a pubblicare?

L’hanno beccato
La polizia tailandese ha finalmente catturato il sospetto pedofilo Christopher Paul Neil, la cui foto segnaletica ha fatto il giro della Rete grazie all’intervento dell’Interpol. Attraverso blog e social network, uno scatto del volto di Neil (ricostruito a colpi di Photoshop) è servito alle forze dell’ordine tailandesi per compiere questa importante cattura. Neil è accusato di aver partecipato in decine di filmati pedopornografici.
Una storia interessante, quella del trentaduenne canadese finito in manette con l’accusa d’essere un orco: avviato alla carriera ecclesiastica e successivamente sbattuto fuori da un istituto di studi cattolico per inadeguatezze caratteriali, Neil ha passato gli ultimi anni in Asia dove ha fatto l’insegnante d’inglese. Proprio in alcuni dei paesi più colpiti dal fenomeno del turismo sessuale: Thailandia e Vietnam.
WordPress (la piattaforma utilizzata anche da questo blog) offre la possibilità di scegliere temi grafici per cambiare l’aspetto del proprio sito Web. Su JungleTango si possono acquistare e vendere template realizzati per questo potente software gratuito.
Non solo un negozio online dove poter rinnovare l’aspetto del proprio blog spendendo pochi soldi. JungleTango è infatti un’opportunità per chi ha la passione del webdesign e intende fare due soldi. I produttori di temi possono infatti registrarsi per vendere le proprie creazioni, utilizzando un sistema interno di crediti liberamente convertibili in euro.
Si apprende da Ars Technica che la proposta di legge chiamata Free Flow of Information Act ha tagliato il traguardo dell’approvazione parlamentare. La Camera dei Rappresentanti ha infatti accolto, con 398 voti favorevoli contro 21, la “legge scudo” che vuole dare ai blogger le stesse tutele dei giornalisti professionisti.
La nuova legge introdurrebbe garanzie di livello federale per tutti gli operatori dell’informazione (tutela totale delle fonti), stabilendo una definizione estesa e inclusiva della figura del giornalista:
“A person who, for financial gain or livelihood, is engaged in journalism: gathering, preparing, collecting, photographing, recording, writing, editing, reporting, or publishing of news or information that concerns local, national, or international events or other matters of public interest for dissemination to the public”.
In breve: chiunque faccia informazione libera e ne abbia un ritorno economico. Quindi anche i blogger “a tempo pieno”, che monetizzano i loro contenuti grazie a vari sistemi pubblicitari. Sarebbe una vera vittoria per i sostenitori del citizen journalism.
La Society of Professional Journalists ha detto che si tratta di una “vittoria per la libertà di stampa e per tutti i cittadini americani”, non dimenticando di citare giornalisti professionisti, freelance e blogger.
Tuttavia… è ancora troppo presto per esultare, nonostante l’importante vittoria parlamentare. L’appoggio incondizionato (o quasi) di entrambi gli schieramenti politici statunitensi, secondo molti osservatori, dovrà scontrarsi con l’ostilità dell’amministrazione Bush: il presidente statunitense potrebbe decidere di non firmare il Free Flow of Information Act, qualora la proposta passi anche il voto del Senato.
Staremo a vedere.


