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EcoCho: Google non ci sta

crying_chochoIl motore di ricerca ambientalista australiano ha ricevuto il benservito di Mountain View e dopo una sola settimana Ecocho rimane con il solo Yahoo! a sostenere le sue ricerche (anche) a fin di bene.

La decisione di Google rafforza i dubbi su un’iniziativa che ad essere buoni è un po’ vaga sui fini benefici ed a essere cattivi pare un’operazione di marketing con un business plan che -citando un commento- si propone di

salvare l’ambiente aggiungendo un gruppo di server avidi di energia [...] per fregare un altro motore di ricerca dicendo di voler aiutare il pianeta.

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Greenpeace contro l’iPhone

Nonostante gli impegni di facciata (ricordate il manifesto A Greener Apple?), la mela morsicata continua ad essere bersagliata dalle associazioni ambientaliste.

Questa volta a tornare alla carica è Greenpeace con questa interessante denuncia sulle sostanze utilizzate per l’iPhone, l’ultima creatura di Steve Jobs.

I test condotti dall’associazione dimostrano che l’iPhone contiene alti livelli di due composti chimici pericolosi (BFR e PVC), vietati tra l’altro in Europa.

Un laboratorio scientifico indipendente ha esaminato 18 componenti interne ed esterne dall’iPhone, confermando la presenza di composti a base di bromo in metà dei campioni, antenna del telefono inclusa, dove la loro concentrazione arrivava fino al 10 per cento in peso. Sono stati trovati anche alcuni ftalati – additivi tossici usati per ammorbidire il PVC – fino a un valore di oltre 1,5 per cento del peso dei rivestimenti plastici dei fili dell’auricolare.

Inoltre – come afferma David Santillo, coordinatore della ricerca – due degli ftalati trovati ad alti livelli di concentrazione nel cavo dell’auricolare sono tossici per la riproduzione: è nota la loro capacità di interferire con lo sviluppo sessuale dei mammiferi e, per questo motivo, sono banditi in tutti i giocattoli e articoli per l’infanzia venduti in Europa.

Da tempo, gli altri grandi player del mercato (come Nokia, Motorola, Sony Ericsson) non utilizzano queste sostanze.
Ecco perché ora Greenpeace chiede a Steve Jobs di rispondere con i fatti e non con proclami non mantenuti. L’occasione? L’ormai imminente sbarco dell’iPhone in Europa.

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Greenpeace: adesso la Mela è un po’ più verde

Aveva fatto un po’ scalpore la classifica stilata da Greenpeace che aveva piazzato Apple in fondo alla lista tra i produttori di apparecchiature elettroniche quanto a politiche per l’ambiente: nella Guide to Greener Electronics - una sorta di studio sull’e-waste, ideato per far conoscere i rischi concreti della nostra società ipertecnologica e amante dei gadget spesso inutili e far pressione sulle case produttrici perché adottino politiche più salutari per il pianeta, per gli utenti e anche per coloro che alla fine del ciclo di vita di un prodotto si trovano ad aver a che fare con mucchi di rifiuti spesso contenenti materiali tossici – Apple era lo scorso anno quattordicesima e ultima.

Nella nuova edizione, la quarta, Steve Jobs si prende una rivincita: Apple risale la china e non di poco: ora è decima.  Merito dell’impegno di Jobs verso prodotti e politche più “verdi” ma, a ben vedere, merito anche di Greenpeace e dei suoi attivisti: la campagna Green My Apple – vista all’opera anche in Italia, tra l’altro con un’azione in occasione dell’inaugurazione dell’Apple Store di Roma – è stata un successo.

Se Nokia – che ha tra i suoi pregi l’aver eliminato il PVC e aver implementato una serie di politiche volte a ridurre l’accumulo di rfiuti soprattutto nei paesi del terzo mondo – è ancora lontana, Sony e LG ora scendono nei “gironi” più bassi di questa particolare classifica.

Apple può fare anche meglio e nel breve periodo: iPhone è ormai sul mercato e questo prodotto dovrebbe essere uno dei più “eco-friendly” della Mela; parte dei materiali che lo compongono arriva da un fornitore che è lo stesso di Nokia. Potrebbe essere un buon inizio per liberarsi del PVC…

Resta da dire che dopo Nokia seguono Dell e Lenovo, e che – come notava Chris Mellor su Macworld – IBM, Sun, Google e altri grossi nomi della tecnologia – sono per ora esclusi da questo particolare “dossier”.

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E-waste, qualche soluzione

Video chiaro ed efficace sull’e-waste (rifiuti elettronici) realizzato da Good Magazine: che cos’è e qualche consiglio utile per iniziare a limitare il suo impatto.

Per chi fosse interessato al problema consiglio di dare un’occhiata a “Computer Take Back Campaign“, campagna di sensibilizzazione che preso il via negli Stati Uniti, con tanto di suggerimenti alla portata di chiunque.

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AAA carcasse elettroniche offresi

Ormai è già da un po’ che si parla di riciclaggio di tech-rottami. Greenpeace bene o male ha costretto la maggior parte delle aziende, i big se non altro, ad adeguarsi a eco-dettami urgenti e imprenscindibili. Pena la gogna.

Ma qualcuno sa dirmi cosa stiamo facendo di concreto in Italia? Penso a iniziative, anche piccole e locali, ma vicine e facilmente raggiungibili da tutti noi.

eco-grazie

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Beneficenza? No, spazzatura elettronica

Si sta svolgendo in questi giorni a Nairobi (Kenya) l’ottavo meeting dei Paesi che aderiscono alla Convenzione di Basilea. Tema centrale dell’edizione di quest’anno è l’e-waste, ovvero la spazzatura elettronica e il suo impatto devastante nel Terzo Mondo.

Dalle venti alle cinquantamila tonnellate di rottami ogni anno vengono esportati verso i paesi del terzo mondo. E spesso sono le ecomafie a gestire questo traffico, mascherato da noi occidentali come semplice beneficenza.
Secondo uno studio condotto in Nigeria l’anno scorso, nel porto di Lagos ogni mese sbarcano 500 container con oggetti elettronici usati, i tre quarti dei quali sono del tutto inutilizzabili e destinati ad essere bruciati con procedure a dir poco pericolose: i fumi rilasciati sono infatti estremamente tossici, per la presenza di sostanze chimiche come il mercurio, il cadmio e il bario.

Se volete farvi un’idea, guardate questo video su come viene smaltita l’e-waste in India.

“Vogliamo che i paesi in via di sviluppo ricevano oggetti utilizzabili”, ha detto Sachiro Kuwabara Yamamoto, responsabile della Convenzione di Basilea che si occupa dei rifiuti a rischio. “Naturalmente, chi pagherà per questo è una buona domanda”.

A Nairobi si sta spingendo affinchè siano i produttori stessi a doversi occupare dello smaltimento dei loro prodotti. Una misura già prevista da una direttiva della Commissione Europea (qui in pdf), recepita in Italia nel 2005 ma ancora inapplicata.

Via Punto Informatico