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Fouad è libero

Di Fouad Al-Farhan (blogger saudita arrestato e recluso in località sconosciuta) avevamo parlato qualche mese fa su questo blog.

Finalmente, la vicenda sembra essersi chiusa. E con un ‘esito positivo: Fouad è stato liberato.

Si tratta comunque di un buon segnale, anche per i tanti altri blogger ancora in prigione.

Via Pandemia

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Mobilitazione per i blogger arrestati

Dopo 60 giorni di reclusione, parte una settimana di mobilitazione per la liberazione di Fouad Al-Farhan, blogger saudita arrestato e poi recluso in una località sconosciuta.

Qui tutte le istruzioni dell’iniziativa di pressione sul governo saudita (tra cui anche una petizione).

Intanto, via Global Voices, sono venuto a conoscenza di un’altra campagna di mobilitazione per la liberazione di Tariq Baiasi, blogger siriano che è stato arrestato lo scorso luglio per aver lasciato un commento critico su un forum nei confronti degli apparati di sicurezza.

Anche in questo caso è stato lanciato un blog di supporto alla campagna, dove è possibile firmare una petizione.

Certo, non è detto simili azioni di pressione sui governi saudita e siriano portino a risultati concreti. Ma è sempre importante tenere alta l’attenzione su queste vicende. Se non altro, per evitare che vengano attuate nell’indifferenza di tutti.

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Andrew Olmsted: l’ultimo post di un bravo soldato

“Questo è un post che avrei preferito non pubblicare, ma ci sono dei limiti a ciò che possiamo controllare nelle nostre vite, e a quanto pare io ho oltrepassato uno di questi limiti”.
Comincia cosi uno strano articolo nel blog di Andrew Olmsted, dal titolo “Final Post”.

logo Andrew Olmsted - Immagine tratta da http://www.andrewolmsted.com

Poco prima di queste righe un paio di citazioni, una in particolare (tratta dal telefilm “Babylon 5″):

“Vi sto lasciando questo messaggio perché sembra che dovrò andarmene prima di quanto avrei voluto. Avrei voluto dirvi queste cose di persona, ma poiché non posso, lasciatemele dire qui.”

E ancora: “Sono morto, ma se state leggendo queste righe, voi non lo siete, quindi prendetevi un attimo per godervi questa buona notizia”.

Olmsted era un soldato: un maggiore dell’esercito americano caduto in Iraq il 3 gennaio 2008; ma anche un blogger.
Uno che non ha voluto andarsene senza lasciare un ultimo post e l’incarico a una persona di fiducia di metterlo online nell’evenienza della sua morte.

E così è stato, quando il giorno successivo Hilzoy di Obsidian Wings ha pubblicato l’ultimo messaggio dell’amico, pronto già dallo scorso luglio.

“Che ci crediate o no, una delle cose che mi mancherà di più sarà non poter più scrivere il mio blog.” – continua Olmsted – “La possibilità di buttar giù i miei pensieri su carta (virtuale) e pubblicarli dove la gente poteva leggerli e replicare è stata meravigliosa, anche se molta della gente che ha letto i miei scritti non è stata d’accordo con me. Se c’è una speranza per il successo della democrazia sul lungo periodo, questa sarà se la gente accetterà di ascoltare e provare a capire i propri avversari politici invece che semplicemente cercare di schiacciarli.”

Il post si chiude con un messaggio di addio alla moglie Amanda: “questa è la parte più difficile”, dice il maggiore alla moglie prima di ringraziarla ed augurarsi di rivederla nell’aldilà.

Ma quello che più colpisce è l’analisi fatta della guerra ed il messaggio con cui Olmsted chiede che il suo ultimo post non venga strumentalizzato, né a favore né contro la guerra in corso:

“Se pensate che gli USA debbano restare in Iraq, non tiratemi in ballo affermando che in qualche modo la mia morte richieda la permanenza dell’America in Iraq. Se pensate che gli USA debbano andarsene domani, non citate il mio nome come esempio di qualcuno la cui vita è stata sprecata dalla nostra missione in Iraq.”

E anche se le parole di Olmsted suonano come quelle di qualcuno che si è reso conto dell’assurdità di tutte le guerre, dal suo scritto si capisce che lui era partito perché credeva in qualcosa; non tanto nella guerra, quanto nel proprio lavoro e nel proprio ruolo: “I soldati non possono optare di non partecipare alle missioni perché non le approvano: ciò violerebbe il patto sociale”. E ancora: “Non posso tirarmi fuori da una missione che non approvo più di quanto potrei ignorare leggi che ritengo ingiuste. Non considero una violazione dei miei diritti individuali l’essere andato in Iraq in missione, perché avevo alzato la mano destra e mi ero offerto volontario per l’esercito. Che la missione fosse giusta o meno, la mia partecipazione in essa era l’affermazione di qualcosa che considero decisamente necessario per la società. Se non altro, ho dato la mia vita per un principio molto importante”.

Il modo migliore per ricordarlo è quindi diffondere il messaggio originale e rispettare la volontà del suo autore; in queste ore, moltissime persone stanno postando in Rete messaggi di cordoglio per il blogger caduto.

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L’effetto Techmeme

Siamo abituati a guardare Techmeme in versione statica. Eppure la sua home-page cambia piuttosto spesso durante la giornata. Questo video realizzato da Labnol ci fa vedere in 50 secondi i cambiamenti avvenuti in 50 ore (circa due giorni).

L’autore ha montato 50 screenshot dell’home-page catturati a scadenza regolare nel periodo che copre l’ultima querelle Scoble-Facebook (e i fiumi di bit che ha scatenato nella blogosfera e nei siti d’informazione online d’oltreoceano).

Come spiega Webware, il video ci dà anche il senso di come cambia la produzione e la distrubuzione delle informazioni nell’era delle conversazioni online. Con l’effetto-network (e cioè pubblicare storie sui temi più popolari) a farla da padrone.

Ad ogni modo, secondo Rafe Needleman di Webware, i ritorni in termini di traffico per chi semplicemente rilancia una storia non sono poi così forti:

L’effetto Techmeme non è uguale all’effetto Digg. I link che compaiono su Techmeme non indirizzano molto traffico sui siti che li hanno generati. Le top-stories – quelle scritte a partire da notizie originali o di approfondimento – generano qualche click, ma le fonti secondarie non attirano molto traffico.

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Segreto professionale anche per i blogger?

Pare che alla House of Representatives degli Stati Uniti sia in discussione un progetto di legge che intende equiparare i blogger ai giornalisti, trasferendo ai primi gli stessi diritti (e doveri) dei secondi. Tra questi anche quello a non rivelare la fonte delle proprie informazioni in determinate circostanze.
In realtà, la giustizia statunitense si era già pronunciata in questa direzione, con una famosa sentenza dello scorso anno: Apple chiedeva a due siti di rumors (AppleInsider e Powerpage) di rivelare la fonte di una soffiata su nuovi prodotti, ma la Corte impedì ciò proprio in forza del “segreto professionale“.

Ad ogni modo – nota Ars Technica – la proposta di legge va ben al di là, provando a ridefinire ed espandere il concetto di giornalismo fino a comprendere:

“the gathering, preparing, collecting, photographing, recording, writing, editing, reporting, or publishing of news or information that concerns local, national, or international events or other matters of public interest for dissemination to the public.”

Cioè tutto quello che già fanno i blogger (e non solo)…

Sembra quindi che la Electronic Frontier Foundation stia per vincere la sua lunga battaglia per il riconoscimento dei diritti dei blogger.

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Giornalisti in carcere, uno su tre proviene da Internet

Per il secondo anno consecutivo, cresce nel mondo il numero di giornalisti incriminati e detenuti in carcere, raggiungendo quota 134.
La denuncia arriva dal consueto rapporto annuale del Committee to Protect Journalists (qui è disponibile una sintesi).

Cina (31), Cuba (24), Eritrea (23), Etiopa (18) e Myanmar (7), i paesi che guidano la blacklist dei paesi con più detenuti.
Giornalisti, fotografi ed editor della carta stampata sono i più esposti, ma cresce in maniera considerevole anche il numero di quelli provenienti da Internet (49), tra cui molti citizen journalist, blogger e scrittori indipendenti.

A guardare il grafico qui a destra, mi viene comunque da chiedere: come mai il numero dei giornalisti di radio e tv è così basso?
Forse perchè si tratta di media più facilmente controllabili e meno liberi?
Evidentemente si: se leggiamo questi numeri al contrario, ne emerge che la carta stampata e Internet restano i media con più libertà di espressione. Ma anche quelli di cui si ha più paura.

Via Reporters