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I molti fronti di Google

Brevetti, copyright, privacy, censura: sono davvero tanti i fronti su cui Google “combatte” in giro per il mondo. Ci sono cause intentate da singoli, contenziosi con aziende e problemi con governi, come a esempio quello cinese.

Per chi volesse avere un quadro complessivo esiste un’affascinante mappa interattiva mondiale creata dall’agenzia di consulenti Aqute e segnalata da ReadWriteWeb.


È possibile visualizzare Google vs the world in una finestra più ampia

Realizzata tramite Google Maps, la mappa tiene traccia di un’ottantina di vicende, tra cui le due cause in Italia -YouTube e lo sniffing delle reti WiFi-, geolocalizzandole e fornendo per ognuna link alle notizie (in inglese).

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Apple censura V***a

In una discussione sul newsgroup it.comp.macintosh c’è chi chiede:

Qualcuno mi spieghi perchè su iTunes al povero Giovanni Verga viene
censurato il cognome in tutte le sue opere.

Sulle prime può sembrare una battuta ma, purtroppo, non è così.

iTunes censura V***a

Sembra che Apple ritenga sconveniente il termine “verga” (…) ed abbia impostato un automatismo per intercettarlo e censurarlo nella sezione podcast del suo iTunes Store.

Peccato che “Verga” sia anche uno dei maggiori autori della letteratura italiana e la scelta di Apple, già di per sè discutibile, in questo caso sfoci nel tragicomico.

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Fouad è libero

Di Fouad Al-Farhan (blogger saudita arrestato e recluso in località sconosciuta) avevamo parlato qualche mese fa su questo blog.

Finalmente, la vicenda sembra essersi chiusa. E con un ‘esito positivo: Fouad è stato liberato.

Si tratta comunque di un buon segnale, anche per i tanti altri blogger ancora in prigione.

Via Pandemia

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Cyberproteste per la libertà di espressione

Bella iniziativa di Reporters Sans Frontiers (ideata dall’agenzia Saatchi & Saatchi).
Per il First Online Free Expression Day di oggi ha lanciato una cyber-demo attraverso cui è possibile prendere parte a proteste nelle otto piazze-simbolo di altrettanti stati dalla censura facile: Birmania, Cina, Nord Corea, Cuba, Egitto, Eritrea, Tunisia, Turkmenistan, Vietnam.

Cliccando sul mappamondo interattivo, si può partecipare con un avatar ai sit-in virtuali e nel caso esporre un cartello con un messaggio di protesta.

L’iniziativa sembra stia riuscendo: al momento ci sono oltre 2mila utenti che stanno manifestando in Birmania e altrettanti in Piazza della Rivoluzione a Cuba. La protesta virtuale più affollata, invece, è in Cina, con circa 6mila utenti in Piazza Tienanmen.

Rsf ha anche aggiornato la lista dei “paesi nemici di Internet”: oltre agli otto citati su, troviamo anche Bielorussia, Iran, Arabia Saudita, Siria, Uzbekistan. Mentre molti altri paesi sono “sotto osservazione”: Bahrain, Gambia, Giordania, Libia, Malesia, Sri Lanka, Tajikistan, Thailandia, Yemen

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Addio Wikileaks?

Si presentava come “il cane da guardia delle istituzioni” e prometteva maggiore trasparenza grazie all’uso del wiki e dell’anonimato. Un modo intelligente per rompere i muri di omertà (e autocensura) che spesso non fanno trapelare informazioni di pubblica utilità.

Eppure da ieri Wikileaks non esiste più: digitando l’indirizzo compare una pagina di errore. Spiega PI:

Secondo la decisione di un tribunale della California il provvedimento si è reso necessario per approfondire un caso imbastito da una banca svizzera, del gruppo Julius Baer, che si sarebbe sentita diffamata da documenti che l’accuserebbero di pratiche illegali, riciclaggio di denaro, evasione fiscale e via dicendo.

Il giudice ha ordinato al provider che ospita il sito, Dynadot, di rimuovere i record DNS di Wikileaks dai propri server. Non solo: l’operatore dovrà “impedire che il nome a dominio che porta alla pagina web di wikileaks.org porti a qualsiasi altro sito o server diverso da una pagina bianca, fino a quando non riceverà nuovi ordini da questo tribunale”. Il nome a dominio è stato lucchettato per evitare che venga trasferito altrove per far ripartire il sito.

Negli ultimi mesi Wikileaks aveva dato spazio a documenti più che scottanti: un rapporto segreto su Guantanamo, campagne di propaganda, lo stato tedesco pronto a intercettare Skype.

Nonostante non sia più raggiungibile dall’indirizzo wikileaks.org, il sito è pur sempre accessibile dal numerico: 88.80.13.160. E molto probabilmente rispunterà con un altro dominio, registrato in uno stato più permissivo.

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Mobilitazione per i blogger arrestati

Dopo 60 giorni di reclusione, parte una settimana di mobilitazione per la liberazione di Fouad Al-Farhan, blogger saudita arrestato e poi recluso in una località sconosciuta.

Qui tutte le istruzioni dell’iniziativa di pressione sul governo saudita (tra cui anche una petizione).

Intanto, via Global Voices, sono venuto a conoscenza di un’altra campagna di mobilitazione per la liberazione di Tariq Baiasi, blogger siriano che è stato arrestato lo scorso luglio per aver lasciato un commento critico su un forum nei confronti degli apparati di sicurezza.

Anche in questo caso è stato lanciato un blog di supporto alla campagna, dove è possibile firmare una petizione.

Certo, non è detto simili azioni di pressione sui governi saudita e siriano portino a risultati concreti. Ma è sempre importante tenere alta l’attenzione su queste vicende. Se non altro, per evitare che vengano attuate nell’indifferenza di tutti.