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Justin.tv, sesso & censura

Valleywag riporta una storia a firma Tim Faulkner relativa a Justin.tv e a una sorta di bizzarro caso di censura.
Il noto sito che inizialmente era dedicato al “lifecasting” ossia alla messa in onda di una sorta di “reality show” permanente con protagonista Justin Kan.
Questo personaggio, non nuovo a comparire come mamma l’aveva fatto (eccolo ad esempio in un calendario realizzato al college…) prometteva di indossare una telecamera e di tenere il microfono aperto per tutto il tempo, anche durante momenti intimi o imbarazzanti della propria vita. Ma proprio quando si è appartato con una ragazza, microfono e telecamera sono scomparsi con grave disappunto dei voyeur della rete.
Ora che il sito è aperto ad altri “lifecaster”, un altro tizio, Nick McGlynn – che guarda caso lavora per l’editore del sito Valleywag – ha mostrato nudità e atti sessuali.
Immediata censura per McGlynn e revisione delle condizioni d’uso del sito.
Ma – come lo stesso lifecaster “nudista” afferma – le vecchie regole non vietavano nulla di quanto lui aveva mostrato; inoltre, questo tipo di censura finisce per snaturare l’idea stessa del sito: sesso e nudità sono parte della vita delle persone, se l’idea è di trasmettere quello che accade in una stanza, c’è da aspettarsi che di tanto in tanto accada anche quello (come succedeva un decennio fa su Jennicam.org).

Dice McGlynn: “perché non elevare l’età da 13 a 18 anni e dire che si può fare tutto? Più della nudità mi spaventa che possano esserci tredicenni che trasmettono in rete la propria vita”.
Non ha tutti i torti ma, come dice il titolo del post su Vallewag facendo riferimento al fatto che Justin.tv comunque sia un business in cerca di finanziatori, “i nudi in webcam sono ok quando si cercano soldi, non quando li si ottengono”; come dire: Justin.tv ha puntato sul “proibito” per attirare pubblico; adesso che il pubblico c’è e bisogna mostrare ai finanziatori che il business model è valido, occorre darsi una “ripulita”…

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Esercito USA: stop ai blog dei soldati


Foto: Poagao

Niente più “cara mamma” oppure “oggi è successo che“: l’esercito statunitense ha deciso di limitare e controllare l’attività dei soldati che scrivono lettere blog. Le nuove regole, rese immediatamente effettive dall’unanimità dei numerosi organi di sicurezza statunitensi, pongono restrizioni a tutti i soldati che decidessero di raccontare storie dal fronte, anche se gli autori si trovassero in patria e avessero già concluso le attività operative.

Come si legge in un interessante articolo di Ars Technica, i vertici US Army sono convinti che qualsiasi informazione apparentemente “innocua” proveniente da soldati operativi o meno possa diventare una fonte di “intelligence” per i nemici degli Stati Uniti.

Soltanto i comandanti e gli alti ufficiali potranno autorizzare un soldato a pubblicare qualsiasi tipo di informazione sul Web.  E’ la fine dei blog gestiti da soldati? Sembra di sì.

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Cina, ora è la volta della porno-censura

Le campagne censorie di Pechino non si limitano alla sola sfera politica e sociale. Oggi – riporta la Reuters42 milioni di articoli pornografici, tra dvd e software, sono stati bruciati nel corso di un’azione dimostrativa da parte della polizia, nell’ambito della nuova campagna contro la pornografia su Internet.

“Il boom di contenuti pornografici su Internet ha contaminato il cyberspazio corrompendo le giovani menti della Cina”, aveva detto Zhang Xinfeng, viceministro della Sicurezza pubblica annunciando la nuova campagna, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Xinhua.
L’iniziativa del governo cinese prende di mira “la distribuzione di materiali pornografici e l’organizzazione di spettacoli di spogliarello, e ripulirà il web da immagini di sesso esplicito, audio e videoclip”, ha spiegato il ministro.

Proprio l’altro giorno, una ricerca realizzata da un quotidiano belga, assegnava ai cinesi il primo posto nella spesa per contenuti hard in rete: circa 20,5 miliardi di euro solo nel 2006. Con un trend di domanda che non fa che crescere.
Chissà se queste azioni dimostrative del governo di Pechino serviranno mai a combattere questa “cyber-piaga”.

Certo è che i roghi hanno accompagnato i momenti più bui della storia: al di là delle magnifiche sorti della sua economia, da oggi la Cina è un paese ancora più oscurantista, in cui si continua erroneamente a credere che il vero pericolo siano i media (internet, dvd, la stampa) e non i bisogni continuamente “ripuliti” e repressi dei suoi cittadini.

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Lesa maestà via YouTube

You Tube è stato del tutto oscurato in Thailandia. Google si è infatti rifiutata di censurare il video che trovate di seguito: una parodia amatoriale del sovrano Bhumibol Adulyadej, ritenuta irriguardosa e offensiva dalla casa reale di Bangkok.

A essere incriminato è soprattutto il frame che lo ritrae con i piedi di donna in testa. Secondo il buddismo thailandese, i piedi sono la parte più impura del corpo.
Il video è stato già visualizzato 44.000 volte. Oltre 500 i commenti, molti dei quali lasciati da utenti indignati che chiedono di rimuovere il filmato. Spiega Corriere.it

Offendere o criticare i componente della famiglia reale in Thailandia è considerato un crimine punibile con la galera da tre a quindici anni. Infatti la scorsa settimana il cittadino svizzero Oliver Rudolf Jufer, 57 anni, è stato condannato a vent’anni di carcere per aver deturpato cinque immagini del re, pena ritotta a dieci anni dopo che Jufer si è riconosciuto colpevole e si è scusato.

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YouTube censurato in Thailandia

Dopo la Turchia è la volta della Thailandia: il portale videoweb di Google è stato bloccato per un breve periodo di tempo. Il motivo, secondo alcuni blogger locali, è la pubblicazione di un’intervista della CNN all’ex primo ministro Thaksin. L’attuale giunta militare che governa il paese, responsabile di aver tolto di mezzo Thaksin lo scorso settembre, non avrebbe gradito che l’ex primo ministro apparisse al pubblico thailandese.

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Giornalisti in carcere, uno su tre proviene da Internet

Per il secondo anno consecutivo, cresce nel mondo il numero di giornalisti incriminati e detenuti in carcere, raggiungendo quota 134.
La denuncia arriva dal consueto rapporto annuale del Committee to Protect Journalists (qui è disponibile una sintesi).

Cina (31), Cuba (24), Eritrea (23), Etiopa (18) e Myanmar (7), i paesi che guidano la blacklist dei paesi con più detenuti.
Giornalisti, fotografi ed editor della carta stampata sono i più esposti, ma cresce in maniera considerevole anche il numero di quelli provenienti da Internet (49), tra cui molti citizen journalist, blogger e scrittori indipendenti.

A guardare il grafico qui a destra, mi viene comunque da chiedere: come mai il numero dei giornalisti di radio e tv è così basso?
Forse perchè si tratta di media più facilmente controllabili e meno liberi?
Evidentemente si: se leggiamo questi numeri al contrario, ne emerge che la carta stampata e Internet restano i media con più libertà di espressione. Ma anche quelli di cui si ha più paura.

Via Reporters