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Social news e notiziabilità

Raffaele Mastrolonardo su VisionPost fa un buon riassunto dell’ultimo studio diffuso dal Project for excellence in journalism dal titolo “The Latest News Headlines – Your vote counts“.

Il dossier prova a fare una comparazione tra la selezione delle notizie nei media mainstream e in quelli sociali (e cioè digg, reddit, delicious), prendendo in esame una settimana-tipo (24-29 giugno 2007) e osservando le differenze qualitative in quanto a dinamiche di notiziabilità, agenda-setting, tematizzazione, fonti di riferimento.

Alcuni risultati sono davvero interessanti: ci aiutano a sfatare un bel po’ di luoghi comuni e a vedere con maggiore chiarezza a un fenomeno ancora poco inquadrabile. E cioè, si chiedono i ricercatori, “Come viene usato questo nuovo potere? Che tipologia di eventi o temi si sceglie di evidenziare?“. Ecco alcuni risultati:

1) Temi: tecnologia e lifestyle la fanno indubbimente da padroni. Mentre i media mainstream si occupavano di immigrazione e degli attentati terroristici in Gran Bretagna, su digg e reddit qusti temi erano del tutto in secondo piano

2) Fonti: il 70% è indipendente (proviene cioè da blog o portali di UGC); per il 20% si tratta di segnalazioni da media tradizionali e solo il 5% da agenzia (che restano invece una fonte indispensabile per i big media)

3) Apertura: tutti i siti di social news sono Usa-centrici. Difficilmente, cioè, sono permeabili alle notizie dall’estero, che su giornali e tv hanno molto più spazio.

4) Frammentazione: i siti di social news hanno un’agenda molto diversificata, ma anche frammentaria e “volatile”. Ancora più di quei media tradizionali spesso addidati per buttarsi a capofitto su un argomento e poi accantonarlo nel giro di pochi giorni.

Commentando i risultati, Raffaele parla di due sistemi diversi, che possono vivere tranquillamente uno accanto all’altro:

I media tradizionali e siti come Digg non sono mutualmente alternativi, semmai complementari. E tali, probabilmente, sono considerati dalla maggior parte dei loro utenti. In questo senso, anche la differenza di scelta degli argomenti può essere vista non necessariamente come una differenza di gusto e di preferenza, quanto una spontanea divisione dei compiti: io, utente, segnalo in prevalenza quello che non è ancora stato segnalato dai mass media.

Condivido in pieno, e mi auguro le cose stiano effettivamente così. Anche se ancora non disponiamo di nessuna analisi sulla dieta mediatica allargata ai siti di social news che ci confermi questo dato.

In caso contrario (se cioè emergerebbe che gli utenti si affidano solo a siti come digg e reddit per informarsi), di certo non sarebbe confortante. Giustamente Scott Karp fa notare come digg&co non rispecchiano assolutamente gli interessi della base di utenti: la maggior parte dei voti provengono infatti da una minoranza che manipola le top stories a proprio piacimento. Questo spiega anche perché spesso i siti di social news siano di “nicchia” e altamente focalizzati intorno ad alcuni tormentoni.

The other issue, which the report does address to a limited degree, is that audience for Digg and Reddit is principally young, male, tech enthusiasts (with a dash of puerile interest) — the “users” or “citizens” of these sites are in NO way representative of the broad, diverse group of mainstream news consumers.

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E alla fine MySpace si è comprata Photobucket

Alla fine MySpace ha tagliato la testa al toro e ha acquisito Photobucket (lo scoop è di ValleyWag). Una mossa giusta? Certamente più saggia della decisione dello scorso mese (ne abbiamo parlato anche su questo blog) di vietare ai propri utenti la pubblicazione dei widget di Photobucket, il più grande servizio di photo-sharing online che, proprio grazie alla sua diffusione a macchia d’olio sulle pagine del social network di Murdoch, conta oltre 40 milioni di utenti registrati.
E ora come si comporterà MySpace con gli altri widget-makers in diretta concorrenza con Photobucket? Saranno tutti vietati?

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MySpace o MyPrison?

Su Apogeonline, un bel resoconto di Bernardo Parrella su MIT5, la mega-conferenza su “Media in Transition” quest’anno dedicata a creatività, proprietà e collaborazione nell’era digitale.

Interessante quanto dice Trebor Scholz a proposito degli user-generated content e il rischio di recinti murati ed eventuali espropri.
Rilancio la sintesi di Bernardo:

Trebor Scholz – ricercatore presso il Dipartimento di Media Study alla State University di New York ma di background mittel-europeo – ha spiegato che «con i social media è più facile che la gente venga usata, anziché il contrario». Esempio classico è il super-gettonato MySpace, da cui è praticamente impossibile uscire una volta creati tutta una serie di contatti e relazioni, o esportare liberamente quanto creato nel profilo personale.
Il recente annuncio dell’avvio dello spazio News non fa che aumentare la pressione di recinti dorati e monopoli, ancor più perché questa “struttura sociale” fa parte della scuderia di Rupert Murdoch.
E giusto per fare un altro nome sulla cresta dell’onda, Facebook, l’user agreement (che tipicamente nessuno legge) specifica come i contenuti ivi inseriti dagli utenti restino comunque di proprietà dell’azienda. «I soldi fatti su e tramite questi contenuti – ha aggiunto Scholz – rientrano a pieno titolo nei comportamenti poco etici e dello sfruttamento del lavoro altrui».

Un esempio concreto di quanto dice Scholz ci arriva dalla recente decisione di MySpace di vietare la pubblicazione dei widget di Photobucket: qualche utente ha provato ad alzare la voce e minacciare un esodo di massa. Ma, come spiega Nicholas Carr, i suoi membri sono ormai imbrigliati in quel network di profili-amici: nessuno ha voglia di ricrearsi un nuovo network da un’altra parte, perdendo di colpo tutti i contatti costruiti nel tempo.
 

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Primi compiti

Dopo tanti mesi di preparazione, per New Assignment è arrivato il tempo di sperimentare sul campo la sua idea di una terza via giornalismo online. Sarebbe a dire creare una piattaforma di informazione open source e pro-am in cui staff editor, freelance, esperti e semplici cittadini collaborano insieme alla redazione di un’inchiesta. In maniera professionale, ma anche diffusa, aperta alle voci di chiunque e ai contributi di qualità.

Ha preso così il via Assignment Zero.
C’è un primo tema da coprire: gli effetti del crowdsourcing e la diffusione di quanto Benkler definisce “commons-based peer production” (si, un tema autoreferenziale).
C’è un desk, con l’indicazione dei principali aspetti del fenomeno da coprire e approfondire.
C’è poi un forum di discussione per confrontarsi con gli altri utenti/giornalisti e uno spazio (The Scoop) in cui l’editor incaricato di seguire l’inchiesta comunica gli stadi di avanzamento, i problemi incontrati.

Non c’è che dire, a una prima occhiata sembra davvero una gran bella piattaforma: agile, aperta alla conversazione, trasparente. Ma per il momento è anche vuota. Non ci resta che aspettare e capire quale sarà la reazione degli utenti.

Spiegando il progetto su Wired, l’ideatore Jay Rosen si pone una domanda fondamentale a proposito della peer collaboration:

C’è anche un piccolo mistero alla sua base: perchè le persone vogliono lavorare gratuitamente?

Ovviamente, è una domanda che riguarda in maniera cruciale anche New Assignment: perchè mai gli utenti dovrebbero spendere il loro tempo e le loro risorse per contribuire gratuitamente a un’inchiesta giornalistica?

La risposta non è per niente scontata. Come anche l’esito di questo primo compito e, più in generale, del giornalismo 2.0

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Svolta social per Usa Today

Da ieri Usa Today è online con una versione totalmente ridisegnata del sito, con un set di strumenti che di qui a poco potrebbero diventare un must per qualsiasi grande progetto editoriale in rete.

- accedere ad altre fonti online direttamente da usatoday.com
- raccomandare articoli e commenti ad altri lettori (come su digg)
- commentare direttamente gli articoli
- partecipare a forum di discussione
- scrivere recensioni (film, musica, etc)
- inviare foto
- comunicare meglio con lo staff editoriale

Oltre a un sacco di altre funzionalità di community davvero interessanti. Mi ha colpito in particolare la scelta di far comparire a rotazione sulla testata gli ultimi commenti degli utenti: un segnale molto forte, anni luce distante dalle grandi testate italiane che ancora non permettono nemmeno di commentare un articolo a fondo pagina.

La tendenza ad assimilare il modello dei social media e innestarlo su quello classico di testata di informazione online, è fin troppo chiara. Non ci resta che vedere quale sarà la reazione degli utenti.

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Obama 2.0. E dopo le elezioni?

Bella la campagna di comunicazione-partecipazione online lanciata da Barack Obama. Il suo mega-portale (mybarackobama) è interattivo, multimediale, personalizzato, conversazionale: più web 2.0 di così era difficile da aspettarsi.
E i risultati già si sono visti: in 24 ore sono nati già oltre 1000 gruppi.

Dopo Hillary Clinton e la sua tv dal claim “Let the conversation begin” sembra davvero che il 2008 sarà l’anno del Presidente 2.0

Ma dopo il 2008, cosa succederà? La questione non è da poco: questi primi anni di politica in rete ci insegnano che davvero in pochi sono riusciti a continuare a “conversare” con i propri elettori una volta finito l’hype elettorale. Se non altro per il tempo che queste attività richiedono.

Cosa resterà dei profili, dei blog, dei network che gli utenti stanno creando dopo la battaglia per le primarie? Non pensate sia un po’ rischiosa questa deriva dei candidati a diventare una sorta di publisher/start-up?